Die hard

La solitudine dei numeri primi

A volte può capitare di diventare docente anche se non si vuole: non per passione, non per scelta, non per vocazione, ma perché il fato infame ha deciso che sia tu, e solo tu, il predestinato a imparare alla perfezione una cosa nuova che poi dovrà essere insegnata ai colleghi ignari e, da lì, diffusa urbi et orbi come nuova procedura standard.
Come, ad esempio, un nuovo applicativo informatico per gestire le attività aziendali che, a tendere, andrà a sostituire quello attuale, un giovanotto di venticinque anni di età.

Dio te ne scampi.

Tanto per cominciare, ti trovi di punto in bianco a essere il diverso.
Il tuo gruppo di lavoro, che a dire il vero non ti ha mai entusiasmato troppo ma è pur sempre l’unico gruppo di lavoro che hai, intuisce subito che sei un privilegiato perché all’improvviso smetti di macinare produzione per otto ore al giorno per dedicarti ad attività misteriose da cui gli altri sono esclusi.
Hai voglia a spiegare che l’investitura proviene dall’alto, a chiarire che la tua mole di roba da produrre non è cambiata e che se resti indietro non ti verranno pagati gli straordinari, a elemosinare il beneficio del dubbio in cambio di una fatica risparmiata a vantaggio loro: gli interrogativi sui tuoi meriti subiscono una crescita esponenziale, i sussurri sulle ingiustizie della vita pure, gli sguardi benevoli si diffondono nell’aria come fragranze di oli essenziali in un centro benessere.

E ti ritrovi solo.

Ti fai coraggio convincendoti che, se la scelta è ricaduta su di te, ci sarà pure un motivo; che adesso è così ma poi capiranno l’utilità della cosa; che arriverà il giorno in cui apprezzeranno l’impegno profuso e non dico ti ringrazieranno, ma almeno smetteranno di chiudersi a chiave nella saletta riunioni in pausa pranzo.

E cominci il tuo training.
Che consiste non solo nel semplice apprendere le nuove funzionalità introdotte, ma piuttosto nel pensare a come personalizzarle al meglio per le specifiche esigenze aziendali, testarle, condividerle con gli affabili colleghi per verificare di non aver trascurato alcun dettaglio, apporre le eventuali migliorie, farle validare in Direzione e, una volta definitivamente approvate, vegliare sul gruppo affinché ciascuno implementi il nuovo strumento coi dati pregressi e inizi finalmente a usarlo per la parte di lavoro che compete specificamente alla propria mansione.

Munch

Inutile dire che la parte più rognosa riguarda la collaborazione con gli altri: dal momento in cui vengono coinvolti, si apre una voragine senza fine, un buco nero che risucchia ogni rimasuglio di decenza e in cambio rigurgita un siffatto ventaglio di bassezze umane che lo stesso Dante si metterebbe a urlare di sconcerto e frustrazione.

Son sempre loro la rovina del quieto vivere, i maledetti CAMBIAMENTI.

Sì perché, tralasciando per un attimo tutta la partita dell’ameno clima aziendale (che merita un trattamento a parte, in una categoria nascitura denominata Brivido), io credo proprio che non esista al mondo uno spauracchio peggiore per l’Umana Specie.
Che si può anche capire, per carità, ed è pure condivisibile.
Voglio dire: possibile che non si possa mai stare in pace, che non si faccia in tempo ad abituarsi a una situazione che subito si deve azzerare tutto e ricominciare da capo, che non possiamo stare per una volta fermi immobili a guardare scorrere il fiume, che crediamo davvero che chi si ferma è perduto?!?
Lo so bene che è scomodo.
Ma, se decidi che questo è il tuo personale nemico numero 1, ho paura che evitarlo come la morte o, peggio ancora, osteggiarlo con tutte le forze che hai non sia la strategia migliore per combatterlo.
Ci sono cose che, se anche non le cambi, non succede niente.
Ce ne sono altre che, se non le cambi, finiranno col seppellirti.
È così nell’esistenza, non vedo perché non dovrebbe esserlo anche in un – con tutto il rispetto parlando – banale contesto lavorativo che, a ben vedere, è una somma di esistenze.

Qui, se non ti seppellirà la mole di lavoro che ti ostini a continuare a svolgere con strumenti obsoleti e non al passo con le nuove esigenze, se non lo farà il capo (i fannulloni furbi hanno spesso un posto speciale nel cuore di chi decide: è cosa tanto inspiegabile quanto certa), di sicuro ci penseranno quei colleghi, se vuoi anche paraculi, che avranno saputo fare buon viso a cattivo gioco e si saranno adattati al nuovo che avanza, bello o brutto che sia.
Che poi tu sia talmente superiore da fregartene, è un ulteriore paio di maniche (in gestazione, la categoria dedicata: Money for nothing. Comprenderà il vasto tema degli stipendi guadagnati non si sa come ma, soprattutto, perché).

Qui mi interessava affrontare l’argomento – a me tanto caro – della resistenza al cambiamento in un contesto formativo, già complessa da gestire quando il docente è docente per professione, figuriamoci quando l’esperto lo è per sfiga e intimamente non riesce a fare a meno di continuare a chiedersi ma cosa ho fatto di tanto malvagio per meritarmi questo?

In una situazione del genere, sei già bravo se riesci a mantenere la calma e a non perdere la pazienza.
Ce ne vuole TANTISSIMA.
Bisogna assolutamente convincersi (non importa se non è vero, è una questione di sopravvivenza) che qualsiasi obiezione ti venga rivolta non deve essere presa sul piano personale, anzi: tanto più si avvicina all’insulto, quanto più è segno che l’interlocutore non è in grado di argomentare le sue rimostranze con motivazioni pertinenti.
E questo è un vantaggio ENORME per te che devi gestire non solo i suoi sproloqui, ma anche il probabile rischio che questi fomentino il resto dei presenti.
Se si riesce a rimanere concentrati esclusivamente su quello che viene detto, sorvolando sul come viene detto, il più è fatto.
È una strategia, una vera e propria tecnica di gestione del conflitto, che i docenti di comunicazione enunciano così: “occorre spostarsi dal piano della relazione a quello del contenuto”.
Beh, gente, funziona alla grandissima.
Si tratta di riuscire a focalizzarsi su uno o due termini specifici dell’obiezione in questione (le cosiddette parole chiave), e usarli di rimando per rispondere nella maniera più circostanziata possibile, fuori dai fronzoli con cui normalmente condiamo gran parte delle nostre discussioni.

Un esempio per tutti:

– Questo corso è completamente inutile
– Ok, puoi dirci cosa ritieni inutile?
– Non serve a niente
– Non serve a cosa, di preciso?
– Ci deve insegnare a usare un applicativo che fa schifo
– Fa schifo? Ok, cosa non ti piace?
– È molto più complicato di quello vecchio
– Dici? In quali aspetti ti sembra più complicato?
– Aumenta il lavoro invece di diminuirlo
– Aumenta il lavoro di chi?
– Ad esempio, prima i preventivi non li dovevo fare io ma era compito dell’amministrazione, adesso tocca a me
– Quindi aumenta il tuo lavoro in particolare, non in generale
– Ma non ci si capisce niente di come funziona
– Cos’è di preciso che non hai capito? Lo rispiego

E via dicendo.
Naturalmente, è salutare (per sé) e funzionale (per il corso) non tirarla troppo per le lunghe.
Se il soggetto non capisce da solo l’amara figura che sta facendo, a un certo punto è bene metterci un punto e continuare la lezione.
Ma, solitamente, dopo un paio di sketch del genere passa la smania di provocare, e se non altro si può finire l’intervento a beneficio di chi vuole ascoltare.
Occorre metterselo in testa: il formatore (anche quello improvvisato) è per sua natura un romantico che anela alla condivisone universale degli alti valori in cui crede, ma convincere il resistente dovrebbe essere più un bel risultato, magari anche uno degli obiettivi a cui tendere, che una pretesa ostinata.
Se ci si mette sul piano della sfida, esattamente quello su cui si è invitati, si è perso in partenza.
Ci vuole una certa capacità di astrazione, e se non la si ha bisogna allenarla.

In fondo in fondo, oltre il piano personale, oltre l’utilità dell’intervento formativo, oltre la validità di quello che si sta proponendo (il nuovo gestionale), le cose stanno, come sempre, in pochissimo posto: può anche non piacerti, ma da domani si farà così.
Prendere o lasciare.

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4 pensieri su “Die hard

  1. Da “esperta per sfiga” mi sento ampiamente chiamata in causa e non posso non rispecchiarmi in quello che ho letto… Nella mia stanzetta, malata, ché la docenza mi ha sfinito anima e corpo

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  2. Uh, ci sono molti molti spunti su un sacco di argomenti: le resistenze al cambiamento, o alla messa in discussione, che potrei riciclare pari pari anche nel nostro settore….

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