Kiss (my ass) & Fly

Una storia di liberazione e spirito di adattamento.

Kiss_&_Fly


Alla fine è anche arrivato il giorno tanto atteso.
Quando ero in ospedale, il 27 aprile sembrava ancora abbastanza lontano da lasciar credere a tutti quanti che comprare un volo per le Baleari per questa data fosse cosa quanto meno ragionevole e di buon auspicio.
E come no.
Il mio posto finestrino se l’è preso mio padre.
E, ciò non bastasse, a portare i miei genitori in aeroporto stamane all’alba sono stata io.
Ovvio.
Fortuna che al ritorno sono riuscita a incastrarci una seduta dal Fisio-del-mio-cuore, che d’ora in poi prenderò a chiamare così, un po’ perché, col massaggio di oggi, mi ha definitivamente conquistata, un po’ perché, metti che un giorno gli venga lo sghiribizzo di leggere questo blog, poi va a finire che si offende per via del bradipo e io non voglio perché è forte, davvero forte!


Si diceva.
Ho scoperto proprio stamattina questa storia meravigliosa di mio nonno, partigiano, che, sui monti del nostro appennino, un giorno di 71 anni fa, si mise a salutare amici e conoscenti con un gioioso “KISS MY ASS” il cui significato, all’inizio almeno, sicuramente sfuggiva ai più.
Nessuno sa, a dire il vero, se lui stesso sapesse bene cosa volesse dire.
Di certo c’è, comunque, da chi l’avesse preso: dagli ALLEATI!
Sì sì, quelli che una mattina ci siam svegliati e abbiam trovato il cielo sulle nostre teste pieno di Spitfire che, tra una bombardata e l’altra, paracadutavano vettovaglie e gomme americane e armamenti per far fronte all’invasor!
Cosa che, a ben vedere, spiega anche il perché di tanto entusiasmo, da parte della gente del luogo, nell’aprirsi, così all’improvviso, al singolare episodio di contaminazione linguistica, tra l’altro non privo di conseguenze.
Il modo di dire, infatti, viene da allora tramandato alle generazioni future in un curioso quanto ben precisamente geo-localizzato idioma anglo-longobardo che solo la storia a cavallo della Linea Gotica, andata esattamente così com’è andata, ha in effetti potuto consentire, e che solo grazie a mia-madre-figlia-di-mio-nonno-il-partigiano-che-correva-veloce io posso conoscere e raccontare.
Liberto, si chiamava.
Nomen omen se ce n’è uno.
Quando eravamo piccoli, mio fratello ed io stavamo le ore lì incantati a sentirlo raccontare le sue storie di amore e di guerra.
Anche di amore, sì.
Perché un giorno, per la causa, rubò l’unica cosa rimasta a una certa famiglia di compaesani, sfollati dopo un devastante incendio appiccato alla loro casa dai Tedeschi: un cavallo.
Un cavallo preziosissimo.
Solo che si vede che l’amore è cieco anche in tempo di guerra, e allora è andata a finire che, a quella famiglia, Liberto riuscì a rubare, oltre al cavallo, anche il cuore della secondogenita Fernanda, che lo sposò di lì a poco con un abito confezionato nottetempo cucendo insieme delle lenzuola.
O qualcosa del genere.
Certi miei ricordi si sovrappongono.

No così, lo volevo dire solo a beneficio di quei ragazzotti (e, ahimè, non solo) che tutti gli anni si vedono al tiggì in occasione delle varie celebrazioni per il 25 aprile, mentre dichiarano con sicurezza sconcertante di stare festeggiando la liberazione dell’Italia dagli Ebrei.

Perché io ne avevo anche un altro, di nonni, che non ho fatto in tempo a conoscere.
Il nonno Tonino.
Che, mentre Liberto se la spassava con la Resistenza qui da noi, era diversamente impegnato a non crepare come prigioniero nel campo di concentramento di Bergen Belsen.
Tornò, ancora vivo, che entrava tutto intero in una sola delle due gambe dei suoi vecchi pantaloni, quelli rimasti a casa ad aspettarlo insieme alla moglie Anna che, nel frattempo, dopo essere di colpo rimasta orfana di entrambi i genitori, da sola aveva messo al mondo il primo figlio e, da sola, se lo stava crescendo sotto le bombe.

Cose così, insomma.

E io che faccio l’eroina solo perché son sopravvissuta a una malattia, e che mi lagno di non poter ancora salire su un aereo.

Sono sicura, Liberto mi direbbe “KISS MY ASS AND FLY”!

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