Figli delle stelle


Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole (Dante Alighieri)

e, con buona pace del Sommo Poeta, non mi faccio più domande in merito già da molto tempo prima di avere avuto il piacere di conoscerlo.

Il mondo della Formazione può in effetti ricordare quell’immaginario, a partire dalla selva oscura in poi, per la verità con scarsi picchi ascensionali e a tutto vantaggio, invece, delle più svariate e divertenti bassezze terrestri.

Capita spesso di avere a che fare con personaggi tendenzialmente ostili al cambiamento, generalmente poco motivati a seguire attivamente il percorso proposto e, si badi bene, a prescindere dalla fase del processo formativo in atto e dalle metodologie adottate.

Stai ragionando col committente su un corso ad hoc per il suo personale: lui ti chiede soluzioni efficaci e coinvolgenti per risolvere lacune lampanti del reparto, tu estrai la magia dal cilindro del progettista, l’atmosfera è tutta un pullulare di idee magnifiche e innovative, l’entusiasmo è alle stelle e, sul punto di salutarsi per andare ognuno a fare il proprio lavoro, viene buttata lì una frase che di colpo fa scivolare l’incanto in una pozzanghera di sconforto: “Ma poi cosa gli diamo in cambio? Questi al corso mica ci vengono per niente “.

Da più di un mese stai contattando i migliori esperti sul campo per mettere insieme la squadra-docenti del super corso, stai pianificando date e condividendo calendari, individuando e prenotando la struttura idonea a ospitare l’evento, raccogliendo le iscrizioni, fissando tutti i dettagli con tutti i possibili soggetti coinvolti.
Il giorno prima dell’ora X, ricevi questa telefonata: “Domani saremmo soltanto in due; degli altri otto, quattro sono in ferie e quattro fanno il doppio turno per sostituirli. Il capo ha detto di chiedere a te cosa fare”.

Sei in aula e stai presentando il nuovo corso ai partecipanti.
Conosci bene il docente: sai che presto rimarranno tutti a bocca aperta per come riuscirà a rapirli in un’esercitazione illuminante, in cui sperimenteranno di persona l’efficacia del metodo proposto per risolvere quell’annoso problema che li tedia da sempre.
L’aspettativa (tua) è altissima, proprio non riesci a evitare di pregustare l’entusiasmo degli astanti (solitamente tanto raro quanto un’eclissi di sole) che si scatenerà di lì a breve.
Ebbene.
Si avvicina uno (di solito, quello più in là con gli anni) e, a nome dell’intera platea ancora timida, prende la parola: “Guardate, noi siamo qua perché ci hanno obbligato. Questa roba la facciamo da venticinque anni a modo nostro. Non credo proprio che arrivate voi e in otto ore ci insegnate come si fa. Quando c’è la pausa?”. E con questo italiano, intendo rimarcare.

Ecco dove nasce la vera sfida.
Ed ecco dove, nel mondo ideale, dovrebbero nascere i progetti: da chi li deve – ehm – subire.

Quando mi è capitata la proposta di fare la tutor, ho accettato perché non c’erano in vista alternative migliori.
Se hai interesse per la progettazione, se ti riesce bene l’organizzazione, se sei esperto di quelle cose lì, beh insomma ti senti un po’ sprecato a limitare il tuo apporto al presidio in loco delle attività ideate e gestite da altri.
Sono passati un po’ di anni, e la rivelazione era solo dietro l’angolo: non esisterà mai un corso migliore di quello ideato e gestito da chi ha anche la possibilità di fruirlo.
Le migliori idee ti vengono sul campo, le soluzioni più creative ti son date direttamente dagli utenti, i metodi più efficaci dai docenti (quelli ben disposti, s’intende).
Una volta un Luminare mi disse che è tipico delle funzioni più operative (un tutor d’aula rispetto a un progettista, per capirci) avere poca elasticità mentale.
Io credo, in compenso, che sia tipico delle funzioni meno operative avere gli occhi foderati di prosciutto.
Sarebbe sufficiente spostare lo sguardo un po’ più in là per scorgere le opportunità più interessanti e, a proposito di motivazione, rendere appassionante ciò che si fa (o si deve fare).

Il mio progetto più ambizioso rimane sopravvivere.
Tuttavia, nulla mi trattiene dal continuare a rimirar le stelle.

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2 pensieri su “Figli delle stelle

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