Too many friends


My computer thinks I’m gay
What’s the difference, anyway? (Placebo)


Ma insomma: una cosa è il blog, una cosa è LinkedIn.
Bello che possano parlarsi fra di loro, e fiondare simultaneamente nell’etere il messaggio che esisto e che ogni tanto ho qualcosa da dire.
Ma ci sono cose che stanno bene solo di qua, e altre (meno) che stanno bene solo di là.
E una cosa è seguire un blog, una cosa è seguire un profilo LinkedIn.

Secondo me.

Un blog (almeno il mio) lo potresti seguire anche solo perché ti piace, senza necessariamente avere un particolare interesse per l’identità o per l’attività specifica dell’autore: scopri che i suoi articoli ti piacciono, e inizi a leggerli perché ti piace farlo.
Se scopri che l’autore ha anche un profilo LinkedIn, non è mica detto che per te sia per forza interessante da seguire: sei un lettore, non un cacciatore di teste, o un possibile cliente, o un fornitore.
Per assurdo, potrebbe anche fregartene poco del resto dei contenuti presenti nell’eventuale sito internet che ospita il blog stesso.
E, dalla parte del blogger, non è mica necessario avere anche un profilo LinkedIn, anzi: sai quante cose si possono scrivere più liberamente, se il mondo non sa chi sei?

Un profilo LinkedIn (almeno il mio) lo dovresti seguire se, per qualche ragione, ti interessa quello che fa quella persona, e pensi che possa rivelarsi utile o piacevole (ma più utile, che piacevole) averla tra i tuoi contatti.
Qui si tratta (o, meglio, dovrebbe trattarsi) di lavoro.
Se poi scopri che ha anche un blog, è probabile che ti venga la curiosità di iniziare a seguirlo, perché prima hai “conosciuto” la persona che ci sta dietro.
E, dalla parte di chi si è fatto un profilo LinkedIn, avere un blog non è certo necessario, ma sicuramente aiuta a farsi conoscere meglio: il mondo deve sapere chi sei.
E non saresti lì, se volessi restare nell’anonimato.
A meno che tu non ti diletti a creare false identità sui network, ma questo è un altro paio di maniche.

Ma c’è qualcosa che non mi quadra, che non funziona come credevo.

Non sono molto social, lo ammetto.
E quel poco che sono, lo sono da poco.
Tuttavia, questo poco da poco mi è sufficiente a elaborare una certa statistica: pare che le persone interessate a entrare in contatto con me su LinkedIn siano (tutte) spinte da ragioni non meglio specificate di un general generico desiderio di entrare a far parte della mia rete.

Lo so che è la frasetta che compare di default quando “chiedi il permesso” di seguire qualcuno, evidentemente a beneficio dei pigri (o di chi non sa dirlo con parole sue?).
La canzone dei Placebo è solo un pretesto per dire che io, quella frasetta, semplicemente la detesto.
Mi fa proprio venire la dermatite da contatto.

Sarò all’antica, ma a me non dispiacerebbe che le persone interessate a seguirmi facessero lo sforzo di presentarsi e, magari, mi dicessero anche il motivo per cui ritengono utile o piacevole (ma più utile, che piacevole) entrare in contatto con me.
Spesso non mi basta consultare i loro profili, per evincerlo.
Naturalmente, sto parlando solo di chi non ho già il piacere di conoscere.

Ok che tutto fa brodo, e ammucchiare seguaci fa bene alla popolarità, ma non sono ancora pronta a questo genere di collezionismo.
Trovo questa consuetudine, tra le altre cose, abbastanza indicativa di una certa mancanza di personalità.
Sicché, almeno a me, fa l’effetto esattamente contrario all’intento intrinseco: mi passa da subito la voglia di accettare.

Già faccio fatica a digerire che i sedicenti amici (quelli in carne e ossa) si accontentino di aggiornarsi sul mio stato psico-fisico consultando quei due profili social che possiedo, figuriamoci se ho voglia di imbastire relazioni inesistenti basate sulla somma dei miei inutili collegamenti nella rete.
Ma chi se ne frega.
Non è mica una rete da pesca.

Sono social quel tanto che basta a comunicare al mondo quello che voglio comunicare, e a farmi trovare da chi fosse interessato ad avere a che fare con me.
Se voglio entrare in contatto con qualcuno, glielo chiedo con quel minimo di coinvolgimento che mi pare necessario a suscitare, a mia volta, interesse.
Anche il pesce più stordito dell’universo acquatico abbocca solo se c’è un’esca.
A parte, forse, i siluri.
Ma a me, quelli, fanno un po’ schifo.

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