Si viene e si va


Giorno 22 dall’inizio di tutto (e sarà anche un caso: chi deve capire, capisca).

SONO A CASA.

La mia amica Lea, classe 1921, mi ha lasciata sola poco prima che venisse presa la decisione di dimettermi.

Subito dopo, da una finestra del reparto di fianco, uno si è buttato a volo d’angelo dritto dritto nel parcheggio di sotto.

Se c’è una cosa che ho capito, è che niente al mondo può essere in grado di sistemare le cose nella giusta prospettiva quanto la vecchia, cara, Nera Signora.

Voglio dire: per gli esperti del mestiere, l’evento estremo pare non essere molto più di una delle varie cose che capitano nella normale quotidianità, come cambiare i pazienti allettati o i letti sporchi, ricoverare uno e dimetterne un altro, parlare della Juve che esce dalla Champions mentre infili cateteri e medichi ferite purulente.

Ma per me che ho studiato Arte, e in ambito sanitario tutt’al più progetto corsi di formazione, non è mica così scontato: sarà pur vero che la morte fa parte della vita, ma non avevo messo in conto di vederla in diretta, e le ultime due giornate di ospedale mi hanno frullato proprio per bene.
Se non mi avessero dimessa, penso che sarei scappata con gli aghi delle flebo ancora piantati in vena.

Il Dottore con la D maiuscola l’ha capito e mi ha lasciata andare.
Non che sia del tutto a posto, anzi.
Ma secondo lui restare oltre là dentro mi avrebbe fatto ammalare d’altro e, date le mie inesistenti difese immunitarie attuali, non è proprio il caso.

Ho del lavoro, molto, da fare.
Ma sono contenta.
Anche se è successa quest’altra cosa strana che, da quando ho messo piede fuori dal Policlinico, non ho praticamente più smesso di frignare.
Là per là ero convinta che fosse il senso di liberazione, che so, la commozione di vedere il blu del cielo senza le sbarre e respirare il profumo dei fiori anziché gli aromi di corsia.
Ma, zio prete, non ho più smesso finché non sono praticamente svenuta sul letto (il MIO letto!!!) perdendo i sensi.

Allora ho pensato che forse sto elaborando solo adesso un po’ di cose, prima di tutte la paura.
Non vedevo l’ora di essere libera ma, ora che lo sono, ho paura di esserlo.
Cioè: ho paura che non essere monitorata 24 ore su 24 mi riporti in quell’inferno.
Perché un inferno è stato, anche se là dentro non me ne accorgevo (o non mi permettevo di ammetterlo).
E anche se, come han detto i medici, c’è voluta della crosta a superare indenne questa cosa riuscendo contemporaneamente a far ridere l’intero reparto per 21 giorni.

Sembra che io abbia fatto coraggio a chi mi ha dovuto curare.

Sono il paziente zero di una cosa che nessuno ha mai avuto prima.
Quindi per un po’ mi darò una certa importanza.

Poi tornerò a blaterare anche di Formazione, ma ditemi voi se una roba del genere non lo è.

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